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2012-05-05 La relazione educativa

Animatore e animato. Un rapporto in conflitto. Liberamente ispirato al discorso di don Piero Bianchi all’incontro TGS del 31 marzo.

Come deve rapportarsi un animatore con i propri animati? Partiamo da un esempio critico. C’è sempre la cosiddetta “spina nel fianco”, quei ragazzi che “sanno tutto” di noi, che ci osservano di continuo, che se facciamo qualcosa di diverso rispetto a quello che diciamo siamo spacciati. Si, questi sono gli animati peggiori: quelli che cercano di far breccia nelle nostre minime incoerenze. A volte sono ragazzi infelici o con qualche problematica sociale, a volte lo fanno solo per loro natura, a volte forse lo fanno per dispetto. Di sicuro non vivono una relazione positiva, di sicuro non si sentono accolti appieno, apprezzati, amati da parte di quelle persone che dovrebbero appagarli in questi aspetti.

Come comportarsi con questo tipo di ragazzi? E come comportarsi con tutti gli altri? Che magari avranno altre problematiche o che comunque sono ragazzi che ci vengono affidati e che in ogni caso sono da “animare”. Per capire questo problema dobbiamo fare un passo indietro e porci una domanda: le relazioni che instauriamo con i ragazzi che siamo chiamati ad essere educatore, sono relazioni educative? Se la risposta è si allora il problema non si pone, stiamo comportandoci nel modo giusto. Se la risposta è “forse” o “no”, meglio che rivediamo il nostro rapporto con loro. Il rapporto animatore-animato deve essere un rapporto asimmetrico più che altro per questioni di età. Questa distanza deve assolutamente essere mantenuta soprattutto con differenze di età molto grandi. Se ciò non fosse sarebbe gravissimo dice don Piero: “Il carattere educativo non è il carattere amicale. Se trasformiamo l’uno nell’altro poi è difficile tornare indietro. Ci vuole il coraggio di dire di no” al costo di sentirsi dire “che stronzo che sei”.

È tutto incentrato sulla stima che un educatore ha di se stesso. Se sto bene con me stesso non ho nessuna paura di dare dei limiti, dei divieti. Pensiamo ad esempio ai genitori. Perché ultimamente concedono tutto ai figli senza obiettare troppo? Perché hanno paura a dire di no, paura della reazione del figlio, paura di perdere o di rovinare il rapporto con il figlio. “Passo sbagliato”, ripete don Piero, “bisogna costruirsi prima di tutto noi come persone, avere stima di noi stessi. Altrimenti facciamo del male a chi ci viene affidato”. E questo sia se siamo genitori, sia se siamo educatori. Si educatori, perché un animatore deve essere un educatore.

Se un ragazzo si identifica in me può certo farmi piacere e farmi star bene. Ma ciò non fa bene a lui perché perde il suo essere, perde se stesso e diventa una copia di me. Questo è un problema sicuramente dei ragazzi più deboli, magari non di tutti, ma resta il fatto che è fondamentale cercar di prevenire queste situazioni. Nel gruppo non ci devono essere i privilegiati, non ci devono essere quelli di business class. Bisogna voler bene a tutti in modo eguale. Si, è difficile soprattutto a livello personale a volte, ma è il nostro dovere di educatori. Bisogna cercare di valorizzare magari i più timidi senza però nel qual tempo far si che questo sopraffaccia gli altri. È necessario un equilibrio nel gruppo, e spetta a noi educatori crearlo e farlo rispettare. Con don Bosco tutti i ragazzi si sentivano privilegiati, lo possiamo leggere anche nelle sue memorie. E per compiere questa impresa bisogna conoscere tutti i ragazzi. Ma questo è un altro discorso ce merita un approfondimento interessante per un prossimo articolo.

“Educazione è cosa di cuore e solo Dio ne possiede le chiavi” dice san Giovanni Bosco; l’educatore deve soltanto voler bene, non deve aspettarsi qualcosa dall’altro altrimenti non è più una relazione educativa ma diventa piuttosto un “far qualcosa per un profitto”. “Educatori non si è, educatori si diventa” diceva un titolo di un vecchio libro sul mondo dell’animazione e si potrebbe aggiungere “educatori si è sempre” in ogni momento della vita. Ecco un punto su cui riflettere: perché mi viene dato l’appellativo di “animatore” e cosa ne consegue?

L’educatore deve avere il coraggio di dare delle regole, di imporsi, anche se… educare è “lasciare che uno si sbagli”. Noi arriviamo fino ad un certo punto. Poi c’è la libertà e che ognuno faccia quello che vuole.

..[continua]
2012-05-09 Animatore, testimone di vita cristiana

“Siate le mani e il cuore di Cristo per i vostri fratelli”[Giovanni Paolo II]
(Liberamente tratto da un discorso di don Igino Biffi, 5 mag 2012)

Testimoni di Cristo, testimoni dell’amore

I cristiani devono essere testimoni di Cristo e testimoni dell’amore. Bisogna perciò passare dall’ammirazione all’imitazione, dall’essere discepoli all’essere apostoli. Ne parliamo prendendo spunto da alcune cose dette da papa Benedetto XVI.

Il nostro dna, tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione. [..] tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore. [..]Solo l’amore ci rende felici perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Potremmo dire che l’essere umano porta nel proprio genoma la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.” Diceva cosi papa Benedetto all’Angelus del 7 giugno 2009. Certo, tanti obiettano che non è scientificamente dimostrabile questa affermazione, che non è scientificamente dimostrabile l’esistenza stessa di Dio, ma di certo non si può neanche dimostrare scientificamente il contrario. Si passa quindi ad una questione di fede e per fede i cristiani credono che ci sia una parte della Trinità in ognuno di loro, una traccia del Dio creatore.

Siamo fatti per amare. Dice il papa ai giovani della cattedrale di Westminster nel 2010: “chiedo ad ognuno di voi di guardare dentro al proprio cuore. Pensate a tutto l’amore per ricevere il quale il vostro cuore è stato creato e a tutto l’amore che esso è chiamato a donare. In fin dei conti siamo stati fatti per amare”. È questo che ci fa vivere. Se una persona non si sente amata si ammala, la mancanza di amore ci spegne pian piano. È questo ciò che ci vuol dire la Bibbia quando afferma che siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio: siamo stati fatti per conoscere il Dio dell’amore, il Dio che è Padre, Figlio e Spirto Santo, siamo stati fatti per ricevere amore e di fatto ne abbiamo. Dovremmo ringraziare Dio per l’amore che abbiamo già ricevuto, per l’amore che ci ha resi ciò che siamo, l’amore che ci ha mostrato cosa è davvero importante della vita.

A livello pratico, pensando ai ragazzi di cui siamo animatori, cosa ci dice tutto ciò? Ci dice che dobbiamo essere testimoni dell’amore che ci portiamo dentro, ci dice che dobbiamo “amare” i ragazzi che ci sono affidati, ci dice che i ragazzi stessi devono sentirsi amati da noi animatori per stare bene, per vivere l’esperienza estiva in armonia. Sono come delle candele che stanno accese se una cera chiamata amore le alimenta. Se non ascoltiamo la legge dell’amore che ci abita viviamo una vita spenta. La relazione educativa vive una relazione d’amore, lo stare con i ragazzi e voler loro bene. Diceva don Igino: “c’è una grammatica dentro di noi che se non rispettiamo ci spegne. Siamo fatti per obbedire a un qualcosa che è dentro”. Ricordiamo che ognuno comunica ciò che è. È una legge semplice, banale forse, ma concreta: ognuno comunica ciò che dimora nel suo cuore. Non posso dare ciò che non possiedo e non posso raccontare con la mia vita ciò che non ho ancora scoperto o scelto. L’unica misura dell’essere cristiano è quindi la credibilità. Tanto più si è credibili, tanto più possiamo comunicare. Testimoniare è dunque un processo che coinvolge tutta la persona. Possiamo testimoniare Cristo se lui è nella nostra vita. Possiamo dare concretezza alle nostre parole, a tutto quello che diciamo ai ragazzi se noi per primi lo mettiamo in pratica, se noi per primi siamo ciò che diciamo di essere. Affermazione banale e ripetuta un sacco di volte, ma poi in pratica tanti se ne dimenticano…

Talvolta la fede viene meno, talvolta in certi momenti non ci crediamo più, talvolta capita che ci sentiamo distanti, se non distantissimi da Dio. Dice don Igino: “Bisogna passare dal desiderio alla decisione”. L’amore non è solo questione di voglia. L’amore è decisione, è una scelta. Non è solo questione di sentimenti. Si ama col cuore ma anche con la volontà. Anche nella fede c’è una questione di decisione. Diceva Giovanni Paolo II per la GMG di Colonia.. “Quei “greci” alla ricerca della verità non avrebbero potuto accostarsi a Cristo, se il loro desiderio, animato da un atto libero e volontario, non si fosse concretizzato in una decisione chiara: Vogliamo vedere Gesù. Essere veramente liberi significa avere la forza di scegliere Colui per il quel siamo stati creati e accettare la sua signoria sulla nostra vita”. E sempre papa Woytila per la GMG di Toronto 2002 diceva: “Nel contesto attuale in cui molti pensano e vivono come se Dio non esistesse o sono attratti da forma di religiosità irrazionali, è necessario che proprio voi, cari giovani, riaffermate che la fede è una decisione personale che impegna tutta l’esistenza. Il Vangelo sia il grande criterio che guida le scelte e gli orientamenti della vostra vita”. Il sentimento non basta, la fede non basta. Bisogna usare il fatto di aver deciso qualcosa. E questo per quel che riguarda ogni aspetto della nostra vita, le scelte di ogni giorno, anche la semplice scelta di fare gli animatori del Grest. Magari all’inizio si è spinti da una forte motivazione, da un desiderio grande che con la stanchezza magari va scemando. Non è solo in sentimento che deve condizionarci ma la scelta che abbiamo fatto, la scelta di lavorare per il Grest e per i bambini che ci sono affidati.

In questo contesto è quindi lecito parlare di carisma e cioè quel modo in cui si è presenti nella Chiesa, il modo in cui si vive il Vangelo. Un carisma è un dono dello Spirito Santo, concesso ai singoli uomini o a piccoli gruppi di persone per l’utilità e il bene di tutta la comunità. I carismi non sono dati ai singoli perché ognuno li tenga per se ma perché li mettano al servizio del bene comune: sono doni che vanno donati. Si può dire sinteticamente che il carisma è il modo con cui si concretizza la mia donazione nella Chiesa, è il volto concreto che do all’amore, il carisma è la forma concreta del mio modo di amare. Quindi ogni realtà, ogni persona, ogni ordinamento religioso ha un proprio carisma, un proprio modo di essere.

Tutti questi concetti, forse un po’ troppo complicati per il pubblico di questo sito, come sono quindi traducibili per noi animatori e per quello che facciamo?

  • L’animazione vera coltiva il desiderio di infinito insito nell’uomo. Roberto Benigni affermava: “dentro di noi, dentro ciascuno di noi c’è una parte immensa. Ognuno di noi è protagonista di un dramma epico, memorabile, irripetibile, ognuno di noi è protagonista in assoluto di una cosa, la sua vita, che non si ripeterà mai più per l’eternità sul palco del mondo”.
  • L’animazione vera aiuta i ragazzi a scoprire gradualmente i propri desideri profondi. Se si muore al proprio io superficiale è per nascere all’io vero diceva Andrè Louf.
  • L’animazione vera genera desiderio dell’amare. Come faccio a sapere se sono un buon animatore? Se genero desiderio di amare. Lo stesso don Bosco disse: “Non posso stare a guardare, non posso stare con le mani in mano, non posso far finta di niente!”. L’oratorio di don Bosco nasce da un cuore capace di amare, da un cuore capace di commuoversi e di piangere per i giovani che Dio gli affidava.
  • L’animazione non ha come scopo l’intrattenimento ma la generazione, il “far venir voglia di ciò che è buono”. Chi si limita ad intrattenere non ha ancora scoperto la parte profonda di sé. Siamo fatti per la vita, per generare, per “veder crescere”. L’intrattenere non è il fine ma il mezzo. Animazione è quindi un modo per fare la carità nella Chiesa. L’animazione da villaggio turistico è solo intrattenimento, la nostra animazione ha la pretesa di generare delle persone. Ad esempio, per fare un figlio ci vuol poco, per farlo diventare una persona ci vuole una vita.

L’oratorio non è nato con l’ordinazione sacerdotale di don Bosco ma ben prima: è nato quando da adolescente radunava i ragazzi attorno a sé e univa istruzione, divertimento e preghiera. L’oratorio non è nato a Valdocco, ma sul prato di Colle don Bosco, dove don Bosco radunava i coetanei.
[don Pascual Chavez]

..[continua]
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